QUIPROQUO di Elisabetta Sgarbi

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quiproquo
L’avanguardia è un termine di origine militare, che sta a indicare la prima linea, quella che osa, rischia e sfonda. Il contrario della retroguardia.
Chi può ancora usare, senza tradire un sorriso, la parola “avanguardia“? “Avanguardia“ è una parola che appartiene all’archeologia della cultura, come si parlasse dei Fenici che ci hanno tramandato le lettere dell’alfabeto? Oppure è una parola che, vivendo, come vive, nell’uso comune del nostro linguaggio, designa qualcosa di ancora vivo e operante, fosse pure nel segno dell’aspirazione utopica o vagamente sognante? E le “Avanguardie“ davvero tali, quelle che, lancia in resta, partirono all’assalto del ventesimo secolo, che cosa hanno a che fare con le ultime avanguardie, le neoavanguardie, il Gruppo ’63, la Transavanguardia? E con Giotto? E, ancor di più, che cosa hanno in comune con un cardiochirurgo che brevetta un sistema per operare la valvola mitralica o con una giovane che studia nuove forme di polimeri per costruire case nello spazio? Umberto Eco, Rossana Rossanda, Ludovico Corrao, Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Angelo Guglielmi, Nanni Balestrini, Enrico Ghezzi, il cardiochirurgo Ottavio Alfieri e molti altri: tutti sollecitati dalle domande del filosofo Eugenio Lio tentano di guidarci in questo felicemente esploso qui pro quo dell’avanguardia.

Quiproquo – ancora da Tito Balestra – avrebbe voluto essere un film sull’avanguardia, chiedendo a molti ove essa fosse (stata), ora, in passato, mai più; ove fosse rimasta, sepolta o magari solo dimenticata – e quindi salvata –, sperata, sognata o perfino odiata. O, più semplicemente, studiata. Avrebbe voluto, ma è diventato (anche) altro.

Proiezione alla 68. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica il 3 settembre alle 1500 in Sala Grande

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Last modified: 16 Marzo 2017

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